In questi giorni d'estate in cui molti leader politici gareggiano a esprimere pochi pensieri e poco interessanti, vi segnalo l'intervista che Savino Pezzotta ha rilasciato ad AVVENIRE.
Un'analisi lucida e seria dell'attualità italiana ma anche un'insieme di proposte molto concrete. Non manca l'invito alla classe dirigente nazionale e del suo stesso partito, l'Unione di Centro: prima di vincere è necessario convincere, quindi prima che essere ossessionati dalle alleanze bisogna riprendere il cammino costituente del nuovo partito politico.
Sagge parole che spero vengano almeno prese in considerazione.
un caro saluto, Domenico SAVINO
Dal mare della Liguria Savino Pezzotta, esponente di pun ta dell’Udc, riflette su «un’I talia che sembra stia andando a ra mengo», impelagata come si ritrova in questa estate 2009 in «discussioni totalmente fuori dalla realtà». I sa lari differenziati? Ma «qui la priorità è ancora la difesa dalla crisi dei po sti di lavoro». L’Agenzia per il Sud? Sì, ma meglio pensare prima a «uno strumento indipendente di verifica di come si spende ogni euro inve stito». E Pezzotta ne ha anche per chi, nell’Udc, sembra guardare già ad alleanze stabili: «È inopportuno ora, non è finito il processo di formazione del nostro progetto politico».
Pezzotta, è diventato pessimista su come sta andando il Paese?
Io muovo da un dato di realismo: questo è un Paese che ha un bisogno basilare di rinnovarsi in profondità. È sbagliato pensare – e lo dico da set tentrionale – che il Nord sia l’isola del bene, da contrapporre a un Sud dove nulla funziona. Questo è un di battito stantìo. La priorità, invece, è produrre un processo di rinnova mento: della classe politica come dei comportamenti sociali. Basta con le operazioni di facciata, in cui cam biano i partiti, ma la classe dirigen te resta la stessa. E basta con la ‘po litica- spot ‘: dal ritiro delle truppe dall’Afghanistan all’uso del dialetto, dalle fiction sottotitolate sulla Rai ai vessilli regionali nella Costituzione, la Lega vuole dettare l’ordine del giorno. Mi chiedo quando comin ceremo a discutere dei problemi se ri.
La Lega ha parlato però anche dei salari differenziati. Non è un tema serio, questo?
Sappiamo tutti che, in fondo, sono inapplicabili. Il punto è che l’eco nomia non ha ancora trovato un as setto stabile. Sappiamo che la ripre sa, quando arriverà, per sua stessa natura determinerà anche costi so ciali alti. Se l’Inps segnala che ci so no 100mila lavoratori con la Cig in deroga, che ne sarà di loro una vol ta trascorsi i 6 mesi della cassa? Quante piccole imprese riapriran no a settembre? La difesa dei posti di lavoro è la priorità. Poi è chiaro che si pone anche una questione sa lariale e di potere d’acquisto. Dove va detto, però, che la differenza non la fanno tanto i territori di residen za. Piuttosto occorre spostare l’at tenzione dai redditi individuali a quelli familiari, è qui che passano oggi i fattori di diseguaglianza. Tut ti, dall’Istat alla Caritas, ci dicono che a far salire la povertà sono i bassi red diti nelle famiglie, peraltro diventa te ormai un vero ammortizzatore so ciale.
Insomma, la Lega sbaglia bersaglio?
Sì, come sull’immigrazione dove, dopo questo agosto di parole in li bertà, finalmente Bankitalia ci ha ri cordato che questo problema va considerato in modo diverso, non i deologico. Noi dell’Udc non parlia mo di salari differenziati, ma di quo ziente e di assegni familiari. E a chi obietta che il quoziente costa trop po, ricordo che chi è davvero rifor matore ha nel suo dna la gradualità. Anche il Welfare che abbiamo oggi non lo si è introdotto in un colpo so lo.
Da ex leader sindacale, come vede il dibattito avviato anche nella Cgil sui contratti decentrati?
Dico che era uno dei temi sottintesi già nel Patto per l’Italia del 2002. In un Paese che non ha un salario mi nimo garantito, il passaggio dal con tratto nazionale a un livello di con trattazione decentrata che sia effet tivo e riscuotibile, è l’unico modo per riuscire a operare una valorizzazione in base alla produttività, alla qualità del lavoro e al merito. È an che lo sbocco per ridare un ruolo al sindacato e per spingere le imprese a innovare.
Il dibattito sul Sud si è incentrato pure sull’esigenza di un nuovo stru mento d’intervento del governo.Bisogna capire bene che cosa sarà. Va evitato che diventi un carrozzo ne alla Sviluppo Italia, per intender ci. Prima ancora di pensare a una re visione dei fondi per lo sviluppo del Sud, che peraltro sono una parte mi nima di tutte le risorse destinate al Meridione, dovremmo però avere il dovere di fare il punto su quanti sol di sono stati spesi fino a ora, su do ve sono finiti e perché.
Nel 2008 il governatore di Bankita lia Draghi ipotizzò «un sistema in dipendente di valutazioni dei ser vizi». Pensa a qualcosa del genere?
Sì. Per un senso di equità verso il Pae se – e anche per porre fine a certe di scussioni – , un’agenzia che rendi conti ogni euro investito sarebbe u tile. Anche per aiutarci ad avere una visione più articolata. Bisogna co minciare a parlare di Mezzogiorni al plurale, perché al Sud ci sono anche realtà interessanti che hanno già avuto un loro sviluppo. Aggiungo che se si fosse spesa per la criminalità organizzata al Sud la stessa atten zione posta sugli immigrati, sta remmo già un passo avanti. E poi manca ancora una strategia per una ricollocazione mediterranea del no stro Paese che valorizzi il Sud.
In questi giorni si fa un gran parlare anche delle alleanze future del l’Udc. Come finirà, secondo lei?
Registro innanzitutto che l’unico voto utile sembra diventato oggi quello dell’Udc e per l’Udc, dopo che fino alle europee eravamo ritenuti solo un intralcio al bipolarismo. E questo mi fa dire, a chi nel mio partito si sta dando da fare, che è inopportuno parlare ora di alleanze che nessuno ha il compito di decidere per tutti. Il primo compito resta quello di ricomporre per quanto possibile la diaspora cattolica e costruire una forza assieme a quelle realtà laiche che tengono conto del ruolo socia le della religione.
Eugenio Fatigante
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