lunedì 12 ottobre 2009

Un invito ai cattolici laertini: più coraggio e coerenza

Savino, il 31 Luglio si è ritirato dalla vita politica attiva ? Ringrazio prima il Nuovo Centro e il suo curatore-editore l’amico Michele Di Vico. In riferimento alla situazione locale, ho assunto una dolorosa decisione dopo aver verificato l’attuale impossibilità di far politica a Laterza. Ma lei è stato uno dei “costituenti” del nuovo partito di centro? Sono stato invitato a mettere al servizio di una “buona causa” la mia decennale esperienza politica; l’ho fatto convinto di partecipare a qualcosa di importante. Invece? E' stata un'esperienza che mi ha fatto comprendere la necessità di attendere tempi migliori. Non ha condiviso le scelte politiche assunte dall’Unione di Centro di Laterza? Nonostante l’intitolazione della sezione a Don Luigi Sturzo, l’Unione di Centro a Laterza non è ancora nata. Esiste il vecchio UDC commissariato con responsabili non eletti ma nominati, che, nonostante le buone intenzioni, si è arroccato su posizioni di chiusura. Nel periodo in cui mi sono impegnato nella locale sezione, le decisioni venivano adottate dopo serrate discussioni allargate. Ho preferito lasciare quando questo metodo è diventato sempre più l’eccezione anziché la regola. Ma il risultato elettorale è stato positivo, cos'è successo? Ho avuto l’impressione che si puntava solo alla vittoria, venuta meno questa sono venuti meno i buoni propositi, compresa “la battaglia per la libertà e la dignità”, usando la definizione del Prof. Franco Frigiola . In consiglio comunale abbiamo assistito ad un ri-allineamento dell’Udc dopo l’aut aut o candidato o Presidente, c’entra qualcosa con la sua vicenda personale? L’assemblea si era espressa all’unanimità per un voto contrario alla modifica dello Statuto Comunale, approvando un documento per motivare tale decisione e avviare un’azione politica a 360°. Il documento è diventata carta straccia e la posizione si è fortemente attenuata diventando un'inspiegabile astensione. Qui avviene la rottura? No. Insieme ad altri sostenitori abbiamo cercato di avviare l'azione politica. Fiduciosi nel Presidente Frigiola lo abbiamo invitato ad assumere in prima persona la guida del partito - erano venute meno, anche da parte sua, le condizioni di fiducia, nei confronti del Commissario - subito dopo abbiamo sottoscritto una “lettera aperta” chiedendo al partito unità e fermezza sulle decisioni unanimemente assunte. Iniziativa che è stata travisata, manipolata e usata contro gli stessi ideatori. Siete stati cacciati? Assolutamente no perché nessuno aveva l’autorità e il potere per farlo. C’è stato solo l’arroccamento e visto che la situazione era precipitata e compromessa, mi sono ritirato in buon ordine. In seguito? Non sono mancate le attestazioni di stima e l’incoraggiamento a non mollare. Significativa è stata la vicinanza dimostrata dagli amici della Rosa per l’Italia a cominciare dai suoi massimi esponenti: l’On.Savino Pezzotta e l’On.Amaflitano. Ma ha chiuso con la politica? Ho fatto un passo indietro rispetto alla situazione locale, nella certezza che questa presto cambierà, non da quella nazionale. Non è possibile ignorare i pressanti e continui appelli di Benedetto XVI e dei Vescovi ai cattolici per un loro impegno concreto nella società. Tuttavia ritengo che la priorità sia la cosiddetta “emergenza educativa” e pertanto sono impegnato in alcuni progetti formativi per una nuova classe dirigente non solo nell'ambito della politica; la politica non è tutto. Il richiamo è alla questione morale? Anche. Il vero impegno è quello della riscoperta dei valori etici e morali ad ogni livello ed in ogni settore come dice la Conferenza Episcopale Italiana. Questa ha anche dichiarato: chi fa politica la faccia con misura, sobrietà, disciplina e onore. Infatti. A mio avviso va aggiunto: con coraggio e coerenza. I cattolici impegnati nel sociale e nell'agone politico dovrebbero averne molto di più a cominciare da Laterza Ha seguito gli Stati Generali dell’UDC? Attraverso internet è come essere stato in platea a Chianciano. L'evento, organizzato in maniera impeccabile, è stata una significativa occasione di confronto e di dialogo conclusa con una lodevole dichiarazione di intenti da parte del Presidente Pierferdinando Casini che spero si trasformi in realtà: nel nascente nuovo soggetto politico il “partito della prospettiva” deve prevalere sul “partito degli assessori”. O si rifiutano le lusinghe, come le ha definite Savino Pezzotta, rimanendo quindi “liberi e forti” e vincendo noi senza far vincere gli altri, oppure si smonta tutto e si perde forse l’ultima occasione per trasformare il sistema. Si tratta di un messaggio inequivocabile rivolto soprattutto alla periferia, quindi anche a Laterza, bisogna solo prenderne atto. In conclusione, Savino ? Arrivederci.

domenica 4 ottobre 2009

NON SOLO I GOVERNI MA .....la nazione italiana può risolvere la "questione meridionale"

A margine di un convegno sulla politica per il Mezzogiorno l'intervistatore pone all'On.Gasparri questa domanda : Cosa ci vuole ancora al Sud? Risposta: Una nuova classe dirigente, la sinistra ha fallito; una banca del sud e un'agenzia che deve coordinare.
Insomma tutto qui ? Il Ministro Matteoli poi ha aggiunto: il Ponte sullo Stretto. Conclusione: la “questione meridionale” dopo decenni sembra ad un passo dall'essere finalmente e definitivamente risolta. Con un convegno e con tanti buoni propositi si cerca di riequilibrare lo strapotere padano. Delle due l'una: o siamo di fronte ancora all'ennesima presa per i fondelli o ad un grande miracolo. Al momento l'impressione che si ha è che cambia la denominazione ma il metodo e gli strumenti da usare sono gli stessi di 50-60 anni fa. L'agenzia e la banca sanno tanto di Cassa per il Mezzogiorno, ovvero l'ennesimo Ente parastatale pensato per sistemare un bel pò di consulenti e lacchè. In quanto alla nuova classe dirigente è meglio stendere un velo pietoso. Forse Bassolino, Vendola e company non hanno eccelso per la loro azione politica ma all'orizzonte, ho l'impressione, non si intravedono alternative credibili. Le riserve circa il modo in cui si vuole affrontare questo fardello tutto italiano, il divario Nord-Sud, sono in molti ad averle. I Vescovi italiani, per esempio, che in chiusura della loro Assemblea Generale non facendo sconti a nessuno sono arrivati a denunciare come la questione meridionale …sia oggi avvolta in un clamoroso silenzio, pur in presenza di preoccupanti segnali di crisi …. è una questione che …purtroppo continua ad essere delicata con problemi gravi, non come 40 anni fa, ma che sono ancora vivi e presenti ... E allora? Ho paura che nonostante siano passati tanti anni la lezione, l'idea di Don Luigi Sturzo, il "programma del risorgimento meridionale" rimane - purtroppo - ancora attuale: La cosiddetta questione meridionale è una catena al piede del nostro paese, sempre presente, discussa, MAI AFFRONTATA IN PIENO (...) Ora io affermo con ogni convinzione che questo Mezzogiorno povero, può risorgere; se ( SI BADI BENE AL SE ) la politica che la nazione italiana, NON SOLO I GOVERNI MA LA NAZIONE ITALIANA, saprà fare, sarà una politica forte e razionale, orientata al bacino mediterraneo, cioè atta a creare al Mezzogiorno un hinterland che va dall'Africa del nord all'Albania, dalla Spagna all'Asia Minore; se questo significherà apertura ai traffici, circolazione di scambi, impiego di mano d'opera, colonizzazione sotto il controllo diretto della madre patria; perché tale fatto darà la spinta a creare nel Mezzogiorno un'agricoltura razionale e maggiore sviluppo di commerci, pari alla propria importanza produttiva. Intendiamoci: il risorgimento meridionale non è opera momentanea e di pochi anni, o che dipenda da una qualsiasi legge, o che venga fuori dalla semplice volontà di un governo; è opera lunga, vasta, di salda cooperazione nazionale; e che come spinta, orientamento, convinzione, parta dagli stessi meridionali…Più chiaro di così !!!

venerdì 25 settembre 2009

Grazie PRESIDENTE


Una risposta a quanti considerano i nostri militari degli IDIOTI, l'ha fornita il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, oggi, parlando all'Altra Generazione in occasione dell'apertura ufficiale dell'anno scolastico nel cortile del Quirinale. Commuovendosi vistosamente ha dichiarato:"Quando dico 'la comunita'', quando dico 'il paese', intendo la patria. E' una parola, questa, che non bisogna esitare a pronunciare per paura di cadere nella retorica". "Non e' stato retorica, nei giorni scorsi il commuoverci per i sei giovani militari italiani caduti in Afghanistan, il rendere loro omaggio solenne, lo stringerci attorno alle loro famiglie cosi' esemplari per forza d'animo e compostezza".Grazie Presidente.

venerdì 18 settembre 2009

Il silenzio di fronte alla morte è d'obbligo....PREGHIAMO invece !!!



Dio Padre Onnipotente
ammettili a godere la
luce del Tuo volto....

la Tua presenza consoli
le mogli, i figli, i genitori, i fratelli, le sorelle
e tutti gli amici e i conoscenti dei caduti:

Tenente Antonio Fortunato,
Primo Caporal Maggiore Matteo Mureddu;
Primo Caporal Maggiore Davide Ricchiuto;
Sergente Maggiore Roberto Valente;
Primo Caporal Maggiore Gian Domenico Pistonami
primo Caporal Maggiore Massimiliano Randino.

domenica 13 settembre 2009

Saggio Pezzotta

E' stato chiaro Savino Pezzotta agli Stati Generali dell'UDC che si stanno svolgendo a Chianciano in queste ore. Mentre continua il lavoro per mettere su delle alleanze pur di gestire il potere o mantenere quel poco che si ha ( a Laterza per esempio !!!), lui ha detto chiaro e tondo che bisogna invece pensare seriamente e concretamente a costruire il partito.

Non posso che essere contento anche se ho l'impressione che non è la linea maggioritaria del partito e che alle regionali assisteremo a variegate posizioni.

Per meglio comprendere il pensiero dell'ex Segretario Generale della CISL da Liberal ho estrapolato i passaggi più significativi del suo intervento che faccio totalmente miei e condivido pienamente.

Gli Stati generali devono segnare un "passo in avanti".(...) Il nostro è stato un atto di coraggio politico, di moralità pubblica. Sembra quasi uno scherzo della storia che sia toccato a chi si definisce moderato battersi per un cambiamento profondo, per cercare di arrestare una deriva bipartittica. (...) Si respira nel Paese un'aria da '92, quando cominciarono i giorni di tangentopoli anche se con una diversa prospettiva. Allora si pensava che si potesse aprire per l'Italia una nuova fase, oggi dopo 17 anni la situazione porta ad avere meno speranze. ( ...) E' iniziata la fase di declino di Berlusconi. (...) Il problema non è quanto si sta seduti a Palazzo Chigi ma cosa si fa per il bene del Paese. (...) Il proditorio attacco al Direttore di Avvenire, reo di aver dato voce con prudenza e giusta discrezione al sentire di gran parte del mondo cattolico non colpisce soltanto il giornale, ma anche il suo editore e rischia di aprire problemi nella relazione tra laici e cattolici, tra Stato e Chiesa. (...) L'UNICO VOTO UTILE E' AL CENTRO. E' IL NOSTRO. DOVE E' FINITO IL BIPARTITISMO ASSORBENTE E OMOLOGANTE? IL PD E IL PDL SI RITENEVANO AUTOSUFFICENTI E ORA, PER LE LORO TENSIONI INTERNE E LE CONTRADDIZIONI SI STANNO RENDENDO CONTO DELLA NOSTRA INDISPENSABILITÀ'. (...) CI CERCANO NON CERTAMENTE PER AMICIZIA, MA PER DOMINARE LA CARICA DIROMPENTE CHE LA PRESENZA DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO COME QUELLO CHE PROPONIAMO INTRODUCE NEGLI EQUILIBRI POLITICI.

DOBBIAMO MANTENERE LA NOSTRA AUTONOMIA ESSERE LIBERI E FORTI. SAREBBE LA FINE DEL NOSTRO PROGETTO SE CEDESSIMO ALLE LUSINGHE. SIAMO IL PARTITO NUOVO DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA.

NOI LAVORIAMO PER VINCERE NOI, NON PER FAR VINCERE GLI ALTRI. (...) ci troveremo alla fine della Seconda Repubblica con delle macerie , delle lacerazioni, con dei ritardi che sarà difficile recuperare. E saremo costretti a chiedere dei sacrifici che non avremmo dovuto chiedere se ci fosse stato il CORAGGIO DI RIFORMARE IL SISTEMA. Si fa i duri con i deboli, si respingono in modo indiscriminato delle persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione. Si dichiara di avere radici cristiane, ma si respingono i cristiani che fuggono dal Sudan. Si istituiscono le ronde e intanto non si danno soldi alle forze di polizia.

sabato 12 settembre 2009

Non capisce più il senso del limite.


Ancora scrivo sul Presidente del Consiglio. Lo faccio da ex berlusconiano. Lo faccio in maniera convinta perchè la decenza è decenza e il pudore è pudore. Ore 13.20 circa. Il TG1 ha aperto l'edizione con i funerali di stato di Mike Bongiorno dove non è mancato un passaggio del premier che ricordava Mike come "il migliore italiano", uno che amava il suo paese e amava la libertà; ha poi mostrato le notizie politiche con le solite ed innumerevoli polemiche fra i due schieramenti e quelle sempre più presenti all'interno del PDL. Ad un certo punto torna indietro per trasmettere una dichiarazione importante sempre del Premier. Qual'era la dichiarazione straordinaria e urgente? Nulla. Si è visto il Premier che terminato il funerale del suo "grande amico" invece di essere composto e magari profondamente addolorato per il tristissimo evento, non ha trovato nulla di meglio che farsi fare il solito bagno di folla. Con un sorriso a 72 denti immerso fra ali di gente che lo osannava e lo omaggiava (???). A domanda risponde: succede sempre così perché agli italiani piaccio e piace l'azione del mio Governo.
Non c'è proprio nulla da fare. Non riesce a trattenersi dai suoi istinti materiali.
Caro Presidente ti muore un amico, rinunci a presiedere perfino la Fiera del Levante pur di non mancare al suo funerale e poi.......non ti trattieni ? Di fronte alla morte è doveroso il silenzio, la sobrietà e la serietà. Per amministrare il potere e il populismo c'è sempre tempo.
Ancora una volta e sempre di più rimango deluso e ancora di più capisco la sua affermazione circa "l'anarchia dei valori", il suo non voler capire il senso del limite che mi ha portato a guardare in un'altra direzione.
ps Aveva ragione ieri Bruno Tabacci: il TG1 è inguardabile

giovedì 27 agosto 2009

Forza DRAGHI


Abbiamo dovuto aspettare la fine dell'estate per ascoltare finalmente qualcosa di sensato e di serio. Grazie a Comuniolne e Liberazione e al Meeting di Rimini, un evento che quest'anno ha compiuto ben 3o anni ( sono poco le cose in Italia che durano tanto) l'Italia ha potuto finalmente apprezzare un grande riformatore e un grande statista: Mario Draghi. Persona sobria. misurata, seria e sopratutto competente. Un gigante rispetto agli attuali Bossi, Fini e Berlusconi senza parlare poi degli uomini del centro-sinistra impegnati nell'ennesima lotta intestina. MA cosa ha detto di tanto straordinario? e' proprio questo il bello, il Governatore della Banca d'Italia ha solo riproposto quello che tutti sanno, sopratutto gli uomini politici sanno. ma nessuno ha il coraggio di cominciare a mettere in pratica. L'Italia uscirà definitvamente dalla crisi quando realizzerà poche ma necessarie fondamentali riforme riguardanti la formazione e l'istruzione, il mercato del lavoro il welfare, lo squilibrio nord-sud. Il nostro bel paese sta meglio degli altri ma non è sufficiente perché la vera sfida è il futuro; non più manovre e politiche di breve periodo ma un'azione mirata nel medio e lungo termine per alleggerire e ammodernare il sistema Italia, senza rinunciare a niente e nessuno, senza spaccare e dividere questo amato paese facendo perfino tesoro di quelli che vengono dagli altri mondi. Insomma una sfida quella lanciata dal prof.Mario DRAGHI: avere coraggio. Non per niente la frase più significativa del suo lungo a applauditissimo discorso è la seguente: «Se hai perso i soldi, fai un buon affare e li riconquisterai; se hai perso l'onore, fai un atto eroico e lo riavrai; se hai perso il coraggio, hai perso tutto».

DI seguito il suo lungo discorso




Stiamo uscendo dalla crisi

La crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale negli scorsi due anni sta gradualmente rientrando. Gli interventi di politica economica attuati nei maggiori paesi del mondo sono stati straordinari per tempestività, ampiezza e intensità. La caduta dell’attività si è ovunque attutita o arrestata. Eurocoin, l’indicatore elaborato dalla Banca d’Italia che riassume la crescita di fondo nell’area dell’euro, mostra ormai da cinque mesi una progressiva attenuazione della recessione. Il prodotto in Germania e in Francia ha segnato nel secondo trimestre una variazione congiunturale di segno positivo. I rischi di implosione del sistema finanziario mondiale sono stati scongiurati.

Se la sensazione prevalente a livello internazionale è che il peggio sia passato, sulla tenuta dei segnali congiunturali pesano tuttavia ancora forti incertezze. Le causa il timore che in alcune economie le ripercussioni sul mercato del lavoro siano maggiori e più persistenti dell’atteso; che la domanda per consumi e investimenti possa nuovamente indebolirsi non appena si inizi a ritirare il sostegno dei bilanci pubblici.

Anche sulla nostra economia l’impatto più duro della crisi si sta attenuando. Il momento peggiore lo abbiamo vissuto fra lo scorcio del 2008 e il trimestre iniziale di quest’anno; tutte le componenti della domanda e dell’offerta diminuivano, in una misura mai osservata dopo l’ultima guerra; i consumi delle famiglie si contraevano per due trimestri consecutivi, fatto mai accaduto prima nella storia repubblicana. In primavera il prodotto ha rallentato molto la sua discesa. In estate, la produzione industriale dovrebbe aver cessato di cadere; il clima di fiducia delle imprese e dei consumatori ha dato segni di risveglio, la domanda di autoveicoli si è ravvivata.

Secondo stime largamente condivise, nella media del 2009 la caduta del PIL rispetto all’anno precedente risulterà in Italia intorno al 5 per cento; nel prossimo anno, il graduale recupero della domanda mondiale previsto dalle maggiori organizzazioni internazionali potrebbe consentire all’economia italiana di tornare a crescere, sia pure di poco.

A frenare la recessione in Italia hanno contribuito, oltre che l’intonazione fortemente espansiva della politica monetaria e le altre misure attuate dalla BCE, gli interventi del Governo in favore delle imprese e dei lavoratori. Sono state sbloccate e meglio allocate risorse per circa 25 miliardi nel 2009-2011.

Quanto rapidamente la crisi possa essere superata continua a dipendere, da noi come nel resto del mondo, dal ripristino della piena funzionalità del mercato creditizio. Le nostre banche disponevano di solidi argini contro le conseguenze più distruttive della crisi: nella loro buona situazione patrimoniale, nella centralità del rapporto con i depositanti. Devono ora affinare – l’abbiamo più volte sottolineato – la loro capacità di selezionare il merito creditizio. Questi sono i mesi, cruciali, in cui si decide la sorte di molte aziende produttive. La stabilità degli intermediari deve potersi coniugare con il lungimirante sostegno a quelle aziende produttive che, pur illiquide, siano fondamentalmente solide.

…ma il lascito è pesante

Dalla crisi conseguiranno lezioni importanti sia per l’economia mondiale sia per quella italiana. In molte sedi sono in corso accese discussioni sul futuro del sistema finanziario e sulle conseguenze della crisi per il ruolo delle autorità pubbliche e le capacità di autocorrezione dei mercati. Molte iniziative sono state avviate in ambito internazionale con l’obiettivo di rivedere radicalmente le regole di funzionamento dei mercati finanziari e le modalità di supervisione degli operatori.

Qualunque sia l’esito del dibattito, non sarà possibile tornare, una volta passata la tempesta, alla “normalità” di prima perché la crisi ha svelato traumaticamente i limiti del modello di governo delle economie che ha accompagnato la crescita mondiale negli ultimi anni.

Nello scenario mondiale che prevarrà, le sorti dell’economia italiana dipenderanno più che mai dalla soluzione dei suoi vecchi problemi: i nodi strutturali che serrano dalla metà degli anni novanta la crescita del prodotto e della produttività, ampliando i divari nei confronti degli altri paesi industriali. La crisi non ne ha reso più facile la soluzione, anzi. La drastica contrazione degli investimenti ha ridotto la capacità produttiva potenziale. Non poche imprese (soprattutto quelle più esposte verso gli intermediari finanziari) che avevano avviato prima della crisi una promettente ristrutturazione, colte a metà del guado dal crollo della domanda, potrebbero veder frustrato il loro sforzo di adeguamento organizzativo, tecnologico, di mercato; rischiano la stessa sopravvivenza. Si aggraverebbe così la perdita di capacità, potenziale e attuale, del sistema. Un deterioramento prolungato del mercato del lavoro potrebbe compromettere la ripresa dei consumi e depauperare il capitale umano. L’espansione del debito pubblico – indispensabile per fronteggiare la crisi nel breve periodo – richiederà in futuro significative politiche correttive.

Con la crisi i problemi di struttura della nostra economia si sono fatti più urgenti. Un mero ritorno ai deboli ritmi di crescita degli anni precedenti ci condannerebbe a un arretramento ancora più netto nel novero dei paesi avanzati. E’ necessario muoversi nella prospettiva di una ricostruzione della struttura economica del Paese.

Tre problemi di struttura

I problemi strutturali della nostra economia, numerosi e noti da tempo, si annidano nei campi più vari: formazione del capitale umano, efficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture materiali e immateriali, concorrenza, squilibri territoriali, mercato del lavoro; se ne trovano anche in ambiti non economici ma fortemente in grado di influenzare la performance del sistema economico, come la protezione sociale, la giustizia, la criminalità organizzata.

Su tre di essi, di grande rilevanza, disponiamo di analisi molto recenti che arricchiscono la nostra conoscenza, anche sotto il profilo della policy.

a. Il capitale umano

Affinché chiunque di noi decida di investire nel proprio “capitale umano”, attraverso l’istruzione e la formazione, occorre che il rendimento prospettico di questo tipo speciale di capitale sia conveniente. In Italia il beneficio che possiamo attenderci da una maggiore istruzione in termini di più alti redditi futuri, al netto dei costi dell’investimento, è modesto nel confronto internazionale; lo è per la istruzione secondaria; lo è ancor più per quella universitaria. Si è creato così un circolo vizioso, un “cattivo equilibrio”: i limitati rendimenti scoraggiano l’investimento e impediscono di raggiungere i livelli dei paesi più avanzati; a sua volta ciò frena la capacità di innovare e di adottare quelle tecnologie complementari al capitale umano che ne accrescono la domanda e i rendimenti.

Una delle ragioni di fondo di questo stato di cose è la qualità insufficiente del sistema dell’istruzione in Italia e, in particolare, la sua scarsa capacità di segnalare il merito degli studenti in termini di talento, motivazione, applicazione. Il fenomeno è più accentuato nel Mezzogiorno. è necessario che il voto sia un segnale affidabile dei livelli di apprendimento. Sotto questo profilo sono utili i test uniformi che l’INVALSI esegue da due anni su tutto il territorio nazionale nelle scuole medie inferiori. Alle verifiche devono seguire adeguate informazioni innanzitutto alle scuole sui miglioramenti nell’apprendimento registrati dagli studenti in ogni istituto, tenendo conto delle condizioni di partenza e dei contesti sociali in cui si trovano a operare. In particolare per le scuole superiori, in cui la mobilità è strutturalmente più elevata, al fine di accrescere la concorrenza è importante che le famiglie siano informate. Tutte le scuole dovrebbero godere di una maggior autonomia nella scelta degli insegnanti; quelle che conseguono risultati migliori potrebbero usufruire di incentivi finanziari.

La bassa qualità dell’istruzione scoraggia sia l’investimento in capitale umano da parte delle famiglie sia la domanda di lavoro qualificato da parte delle imprese. La bassa capacità segnaletica dei voti scolastici e universitari induce le imprese, incerte sulla effettiva qualità dei candidati all’assunzione, ad abbassare la remunerazione per ogni dato livello di istruzione, al fine di compensare il maggior rischio.

Meccanismi simili a quelli sopra menzionati per le scuole sono stati proposti e in parte attuati dal Governo per le nostre università, che secondo le valutazioni internazionali non esprimono una qualità dell’insegnamento e della ricerca pari a quella degli altri paesi avanzati.

L’impegno riformatore deve rafforzarsi ed estendersi al resto del sistema dell’istruzione. L’obiettivo civile di garantire a tutti i giovani, senza distinzione di censo, razza o fede religiosa, una istruzione adeguata, non implica necessariamente una sua bassa qualità.

b. Il mercato del lavoro e la protezione sociale

La recessione ha ridotto di poco il numero di persone occupate. Le ore lavorate sono diminuite molto più nettamente, essenzialmente per effetto dell’ampio e crescente ricorso alla Cassa integrazione guadagni: ancora in luglio il ricorso alla Cassa straordinaria – in cui sono comprese le ore autorizzate in “deroga” in base ai recenti provvedimenti governativi – è aumentato di quasi il 35 per cento sul mese precedente, al netto dei fattori stagionali. Subiscono i colpi della crisi, oltre agli occupati collocati in CIG, i lavoratori temporanei a cui non vengono rinnovati i contratti di lavoro a termine o di collaborazione e gli occupati autonomi nelle piccole imprese.

Il grado di flessibilità acquisito negli anni più recenti dal nostro mercato del lavoro permette alle imprese di affrontare le crisi attenuando i ritmi produttivi e riducendo la probabilità di una chiusura definitiva degli impianti, che porterebbe a uno spreco di risorse produttive ancora maggiore. La flessibilità favorisce anche il superamento delle crisi, consentendo un rapido aumento degli organici a fronte di segnali anche solo iniziali di ripresa.

Con riferimento alla necessità di una maggiore corrispondenza fra retribuzioni e condizioni di impresa, credo che oggi stiano maturando le condizioni per compiere progressi importanti. Si è recentemente discusso sulle possibili implicazioni per il sistema di contrattazione salariale dell’esistenza di divari fra Nord e Sud nel livello dei prezzi e nei salari; secondo le nostre stime nel settore privato i livelli dei salari reali non sarebbero peraltro molto discosti. Comunque non si tratta di imporre vincoli aggiuntivi al processo di determinazione dei salari con il ripristino delle cosiddette gabbie salariali, ma al contrario di conseguire gradi più elevati di decentramento e di flessibilità nella contrattazione. Le parti sociali si sono progressivamente orientate in questo senso, da ultimo con l’accordo recente che prevede un maggior peso della contrattazione di secondo livello.

Ai benefici della flessibilità nell’utilizzo del lavoro si contrappongono però costi che ricadono in prima battuta sugli occupati. La maggiore instabilità del posto di lavoro limita la possibilità di programmare i piani di spesa, rafforza la necessità di risparmiare per fronteggiare i periodi di disoccupazione, rende meno selettivi nella ricerca di un nuovo impiego. Ne scaturiscono effetti negativi per l’intera economia: la domanda interna è compressa a causa del risparmio precauzionale, la qualità media dei rapporti di lavoro si deteriora a scapito della produttività generale del sistema, gli incentivi all’accumulazione di capitale fisico e umano si riducono.

Un moderno sistema di protezione sociale tende a contrastare questi effetti attraverso un insieme organico di strumenti – fiscali, assicurativi e assistenziali – che durante le fasi negative garantiscono trattamenti certi e commisurati alla storia professionale del lavoratore anziché alle caratteristiche del datore di lavoro corrente, sostengono la riqualificazione dei lavoratori, premiano la ricerca di un impiego senza incentivare comportamenti opportunistici, prevedono un sostegno per le situazioni estreme.

Non esiste ancora in Italia un sistema siffatto. Vi sono strumenti utili di protezione, come la CIG, che il Governo ha opportunamente potenziato per fronteggiare la crisi e che diversi paesi, tra cui la Germania, hanno introdotto, sia pure in forme diverse, per moderare l’impatto della recessione sull’occupazione. Ma nel complesso gli strumenti esistenti hanno solo in parte accompagnato la profonda trasformazione attraversata dal mercato del lavoro. Essi oggi riflettono le stratificazioni di interventi al margine, spesso dettati da urgenze correnti; sono indirizzati a specifici segmenti dell’occupazione.

Una riforma del sistema di ammortizzatori sociali che elimini l’attuale frammentazione delle tutele favorirebbe la riallocazione dei lavoratori tra settori e imprese. Ne trarrebbero forza anche i consumi delle famiglie: direttamente, attraverso il sostegno diretto a fronte della perdita dell’impiego; indirettamente, riducendo la formazione di risparmio precauzionale.

c. Gli squilibri Nord-Sud

Il tema degli squilibri Nord-Sud è antico quanto la stessa storia dell’Italia unita. E’ stata la prima grande questione nazionale che il nostro paese ha dovuto affrontare. Con essa si sono via via cimentate con alterna fortuna diverse impostazioni di politica dello sviluppo, da quella di Francesco Saverio Nitti, all’intervento straordinario di Donato Menichella e Pasquale Saraceno, alla recente “nuova programmazione” sorta su impulso dell’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi dopo l’ingresso dell’Italia nell’area dell’euro. Negli ultimi mesi ha visto la luce, anche su iniziativa della Banca d’Italia, una nuova serie di analisi sui principali aspetti della questione e sulle politiche territoriali attuate. Torneremo su queste questioni in una giornata di studio prevista per questo autunno.

Esiste oggi un consenso diffuso sul porre la rimozione delle esternalità negative (e l’esaltazione di quelle positive) al centro della politica di sviluppo territoriale, piuttosto che l’incentivo finanziario alle imprese, concepito originariamente come mezzo di compensazione dei fattori di contesto avversi e divenuto non di rado strumento opaco e inefficiente di allocazione delle risorse.

Una efficace azione di promozione dello sviluppo territoriale deve poter poggiare su politiche generali, nazionali, rivolte a tutto il Paese, i cui effetti regionali siano coerenti con essa. In altri termini, al di là del diverso grado di decentramento a cui sono affidati gli interventi, una politica di sviluppo territoriale non può che essere parte della politica economica generale: molti dei problemi del Mezzogiorno si presentano infatti come forma acuta di patologie strutturali presenti nella intera economia italiana.

Le indagini condotte sui servizi resi dalla Pubblica Amministrazione indicano sistematicamente come la qualità sia in media inferiore nel Mezzogiorno. È così per i servizi gestiti dallo Stato, dalle Regioni e dagli Enti locali. Si è già detto dell’istruzione. Divari tra il Sud e il Centro-Nord si riscontrano anche nella gestioni dei rifiuti e dell’acqua, nel trasporto locale, negli asili, nell’assistenza sociale. Il divario di spesa comunale pro capite per l’assistenza è simile a quello che si riscontrava nei primi anni Cinquanta, ai tempi dell’Indagine parlamentare sulla miseria. Sono paradigmatici i casi della sanità e della giustizia.

Nel confronto internazionale l’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL rimane nel nostro paese su livelli contenuti (circa il 7 per cento del PIL), anche se negli ultimi decenni è cresciuta a un ritmo significativamente più elevato di quello del prodotto, un andamento che in prospettiva non accennerà ad attenuarsi.

La spesa sanitaria è affidata alle Regioni dal 1979 e viene coperta in misura rilevante da trasferimenti dal centro, in misura maggiore in quelle meridionali. Tenendo conto della composizione per età della popolazione – in sostanza del fatto che gli anziani hanno bisogno di maggiori prestazioni mediche – la spesa pro capite risulta sostanzialmente uniforme nel paese. Ciò che non è uniforme è la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Gli indicatori di inappropriatezza delle cure segnalano una condizione nettamente peggiore al Sud. La conseguenza è un flusso cospicuo e costante di pazienti dal Sud al Nord: uno spreco di risorse, uno scandalo sociale.

Le prove empiriche di una minore efficienza della giustizia nel Sud, ad esempio quelle basate sulla durata dei procedimenti, sono, pur frammentarie e difficili da costruire, sufficientemente chiare. Il contrasto alla criminalità organizzata – un problema per definizione nazionale – è più accidentato e stentato nel Mezzogiorno. Le infiltrazioni criminali nelle pubbliche amministrazioni alterano le condizioni di concorrenza, accrescono i costi per la collettività, alimentano la cultura dell’illegalità, inquinano la fiducia fra i cittadini e fra questi e le istituzioni.

In complesso, la qualità dei servizi pubblici è inferiore nel Mezzogiorno; talvolta essa è connessa con una minore entità della spesa pubblica per abitante, ma spesso la minore qualità la si riscontra anche a parità di spesa. Le analisi devono essere condotte con strumenti di valutazione indipendenti da chi eroga il servizio, basati non tanto sui fondi spesi quanto sulla qualità dei risultati. Dare più spazio alla valutazione dei risultati non implica necessariamente una contrazione della spesa. Nel caso della lotta alla criminalità, per esempio, potrebbe essere necessario aumentare la spesa per ottenere condizioni di sicurezza omogenee sul territorio nazionale. In altri casi è invece necessario recuperare efficienza.

La condizione per ricostruire

Non si dà ricostruzione della economia italiana senza il mantenimento della stabilità finanziaria, senza l’equilibrio dei conti pubblici. E’ ancora presto per chiudere i paracadute che stanno attutendo gli effetti della crisi, ma senza la previsione di un rinnovato impegno in tal senso le stesse prospettive di crescita risulterebbero vacue, in primo luogo per le avverse aspettative che si formerebbero sui mercati.

L’indebitamento netto è salito dall’1,5% del PIL nel 2007 al 2,7 nel 2008; secondo le stime ufficiali quest’anno raggiungerebbe il 5,3 per cento. Il debito pubblico, salito al 105,7 per cento del PIL nel 2008, toccherebbe nel 2009 il 115,3 per cento, e – sempre secondo le valutazioni del governo – il 118,2 il prossimo anno. Nel 2013 meno di un terzo dell’incremento del debito connesso con la crisi verrebbe riassorbito. E’ evidente che l’indispensabile riduzione del debito richiede da un lato un insieme di programmi strutturali di contenimento e riqualificazione della spesa corrente e dall’altro una riduzione dell’evasione fiscale. Si è iniziato a muovere in questa direzione; la riforma del ciclo di bilancio può essere di aiuto.

Non credo tuttavia che senza un netto aumento dell’età media effettiva di pensionamento, pur con tutte le garanzie necessarie per i cosiddetti lavori usuranti, sia possibile nel medio periodo conseguire risultati sufficienti in termini di minor spesa corrente. In presenza di un forte incremento della speranza di vita, l’allungamento della vita lavorativa è importante per rendere compatibili l’esigenza di contenimento della spesa pubblica con quella di garantire un reddito adeguato durante la vecchiaia; può contribuire, se accompagnato da azioni che rendano più flessibili orari e salari dei lavoratori più anziani, ad aumentare il tasso di attività e a sostenere il tasso di crescita potenziale dell’economia. Può anche consentire di destinare maggiori risorse ad altri comparti della spesa sociale.

Il mantenimento della stabilità finanziaria è a sua volta però strettamente collegato ai progressi dell’azione di ricostruzione perché - a mo’ di circolo virtuoso - dipende positivamente dal tasso di crescita che l’economia riuscirà a conseguire grazie alle stesse politiche strutturali messe in campo.

Non partiamo da zero

Nell’azione di ricostruzione non partiamo da zero. Possiamo anzi muovere da alcune posizioni di vantaggio.

Molte imprese sono state capaci di avviare un processo di ammodernamento tecnologico e organizzativo, anche migrando dal comparto originario per entrare in segmenti connotati da più elevata intensità tecnologica dei prodotti, come hanno mostrato le indagini della Banca d’Italia. Il ritardo di competitività che si è accumulato dalla metà degli anni novanta è ancora ampio, ma il quadro che emerge è dinamico. Ciò indica che non pochi imprenditori sanno ancora far bene il loro mestiere, così come è stato in altri importanti periodi della storia italiana.

Disponiamo poi di una altra risorsa, potenzialmente di grande rilevanza per la nostra economia, la disponibilità di lavoro straniero; ma potremo utilizzarla solo se saranno governati i gravi problemi che essa pone sotto il profilo della integrazione sociale e culturale. Fino agli anni ottanta il saldo migratorio dell’Italia è stato negativo; negli ultimi venti anni il numero di stranieri residenti è progressivamente salito fino a 3,4 milioni all’inizio del 2008 (il 6 per cento della popolazione). Tenendo conto delle persone presenti ma non iscritte alle anagrafi e di quelle che non dispongono di un permesso di soggiorno il numero complessivo dovrebbe essere pari alla stessa data a circa 4,3 milioni.

I cittadini stranieri in Italia sono in media più giovani e meno istruiti degli italiani ma partecipano in misura maggiore al mercato del lavoro e svolgono mansioni spesso importanti per la società e l’economia italiane, anche se poco retribuite. Non si rilevano d’altra parte conseguenze negative apprezzabili sulle prospettive occupazionali degli italiani, un risultato che emerge dalla grande maggioranza degli studi svolti nei paesi a elevata immigrazione.

Affinché la nostra economia colga appieno l’opportunità offerta dal lavoro straniero occorre combattere la tendenza alla marginalizzazione degli studenti stranieri in atto nel sistema di istruzione italiano. La segnalano i ritardi di apprendimento, significativi già nella scuola primaria, e gli elevati tassi di abbandono nei gradi scolastici successivi; vi contribuisce solo in parte l’esposizione a contesti familiari meno favorevoli. Esercizi basati su recenti proiezioni demografiche dell’Istat suggeriscono che entro il 2050 circa un terzo delle persone residenti in Italia con meno di 24 anni avrà almeno un genitore straniero, un valore in linea con quello registrato oggi negli Usa e in Canada. Questo significa che la componente straniera della popolazione contribuirà in misura significativa a determinare il livello e la qualità del capitale umano su cui si fonderà la nostra economia, condizionandone il ritmo di crescita.

Un terzo punto di forza discende dai primi interventi messi in cantiere negli ultimi anni. Sono stati compiuti passi significativi per avviare riforme nel settore del mercato del lavoro e dell’istruzione nonché nella direzione di rafforzare la concorrenza in alcuni settori tradizionalmente “protetti”, generando benefici apprezzabili per i consumatori e per l’occupazione. La recente riforma della pubblica amministrazione s’incentra su un largo spettro di interventi e pone al centro importanti principi quali la trasparenza e il collegamento fra retribuzione e performance; gli effetti sulla qualità dell’azione amministrativa dipenderanno naturalmente dalle modalità di attuazione.

Una riforma ancora più impegnativa, il federalismo fiscale, avrà riflessi diretti su tutti i problemi strutturali italiani, in particolare sui tre di cui ho brevemente detto. Essa può contribuire in misura decisiva a una allocazione più efficiente dei compiti affidati ai vari livelli dell’amministrazione pubblica. La Banca d’Italia ha sottolineato più volte come la condizione necessaria affinché il federalismo fiscale produca i benefici che se ne attendono è che esso sia effettivo e non virtuale, cioè che si stabilisca un collegamento stretto fra decisioni di spesa e decisioni di entrata, fermo restando il principio di solidarietà.

L’ultimo vantaggio che scorgo è di natura più generale. Credo si possa affermare che i problemi di struttura dell’economia italiana – sicuramente i tre che ho toccato prima – sono sufficientemente ben definiti sotto il profilo analitico, con una sostanziale convergenza di un largo spettro di forze politiche e sociali. Lo stesso si può dire circa gli effetti della crisi su di essi, e sull’accresciuta urgenza che ne discende per le riforme da avviare o da accelerare.

Se il quadro analitico è, a grandi linee, condiviso, la domanda successiva che dobbiamo porci è: esiste oggi in Italia un consenso di fondo sui tratti fondamentali delle riforme volte a ricostruire l’economia e sui valori che dovrebbero ispirarle?

L’apertura alle capacità, ai talenti, al merito, alla concorrenza è un valore oggi condiviso da una grande maggioranza; è il mezzo principale per contrastare corporazioni, rendite, clientele che gravano sulla crescita del Paese.

L’eguaglianza delle opportunità è uno strumento che avvantaggia anche i meno capaci, grazie all’incremento di efficienza conseguito dal sistema nel suo complesso. Essa implica però il rischio che vantaggi e svantaggi sociali siano generati dalla distribuzione naturale dei talenti o dalle diverse possibilità di sviluppo di questi ultimi determinate da contesti sociali e familiari disomogenei. Occorre quindi una istanza compensativa di natura etica, ispirata all’ideale di solidarietà.

Il rapporto fra la ricerca umana di benessere materiale e la carità cristiana, affrontato da ultimo anche dalla Caritas in veritate di Benedetto XVI, percorre la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Valutazioni di natura etica compaiono sempre più spesso anche nella ricerca teorica in economia.

I tre problemi di struttura dell’economia italiana che ho prima evocato richiedono allo stesso tempo apertura al merito e solidarietà, ricerca dell’efficienza e equità.

È così per l’istruzione, all’esigenza di far emergere e sospingere le scuole e gli studenti più meritevoli deve corrispondere l’obiettivo di garantire a tutti i ragazzi e le ragazze un livello adeguato di conoscenze senza privilegi di sorta, eticamente inaccettabili. La costruzione di un sistema di protezione sociale universale e omogeneo risponde insieme ai bisogni di una più elevata efficienza (sfuggire a tendenze particolaristiche, talvolta espressioni di un potere di rendita) e al fine di promuovere una copertura generalizzata, aperta a tutti, contro i rischi di disoccupazione. Lo sviluppo del Sud merita di essere perseguito per rendere le condizioni di vita dei cittadini meridionali più simili a quelle esistenti nel Nord, ma anche per imprimere un impulso alla crescita del Mezzogiorno e dell’intera economia nazionale.

Le opzioni di politica economica che abbiamo di fronte si situano in un terreno comune, condiviso: un bene di grande valore per uscire dalla crisi con slancio e riprendere quella crescita che il Paese ha saputo sostenere nell’arco di un trentennio dopo la guerra.

martedì 25 agosto 2009

Da oltre 40 anni.... pronti per le vostre esigenze


SIETE ANCORA IN VACANZA ? AL CALDO DEL MARE O AL FRESCO IN MONTAGNA O IN TRANQUILITA' IN UN CAMPEGGIO ?

VI OCCORRE QUALCHE ACCESSORIO PER IL VOSTRO DIVERTIMENTO E TEMPO LIBERO?

AVETE RIPRESO LA VOSTRA ATTIVITA' LAVORATIVA ?

VI OCCORRE UN OTTIMO ELETTROUTENSILE PROFESSIONALE ?

VI DILETTATE CON IL "FAI DA TE" E IL BRICOLAGE ?

VI STATE APPRESTANDO A FARE DEI PICCOLI LAVORI IN CASA E VOLETE RISPARMIARE ?

VI OCCORRE DELL'IDROPITTURA DI QUALITA' ED ECOLOGICA ?

DOVETE FARE UN REGALO E NON AVETE L'IDEA GIUSTA ?

CERCATE QUALCOSA DI UTILE PER ERREDARE E FAR BELLA LA VOSTRA CASA?

Trovate la risposta giusta a queste domande SOLO DA NOI.

Siamo presenti presso i due punti vendita di Marina di Ginosa in Viale Trietste,66 e a Ginosa in Via Palombaro angolo Via Per Montescaglioso e i nostri negozi on-line: http://www.pallotta.it/ e http://stores.shop.ebay.it/Azimuthshop-c-o-m

Mi trovate a Ginosa dalle ore 08.00 alle 13.00 o dalle 17.00 alle 20.00.

Vi aspetto, un caro saluto DOMENICO SAVINO

venerdì 21 agosto 2009

MARGINALMENTE ....rubrica del Corriere del Giorno, 20 Agosto 2009


Un uomo, in coma per un tentato suicidio, viene ucciso con una iniezione letale da un'infermiera dell'ospedale San Giovanni Bosco di Torino. La Stampa intervista un uomo che di queste vicende, per forza di cose, ne capisce.

" E' una storia sconvolgente - dichiara l'intervistato - perchè la persona che ha deciso di porre fine alla sua vita non ha fornito, a parte il gesto estremo che ha messo in atto, elementi per stabilire quale fosse la sua effettiva volontà (...) quindi NESSUNO DEVE PERMETTERSI DI DECIDERE DELLA VITA ALTRUI".

L'intervistato è Beppino Englaro.

A me gira la testa. E non solo...




Anche a me girano tanto...e non posso che pensare ad Eluana anche se lei certamente riposa in pace mentre noi dobbiamo assistere ancora per tanto tempo a questo tipo di idiozie.

Un caro saluto, Domenico SAVINO

giovedì 20 agosto 2009

Gabbie? Prima si pensi alle famiglie ...Intervista a Savino Pezzotta tratta da Avvenire

In questi giorni d'estate in cui molti leader politici gareggiano a esprimere pochi pensieri e poco interessanti, vi segnalo l'intervista che Savino Pezzotta ha rilasciato ad AVVENIRE.
Un'analisi lucida e seria dell'attualità italiana ma anche un'insieme di proposte molto concrete. Non manca l'invito alla classe dirigente nazionale e del suo stesso partito, l'Unione di Centro: prima di vincere è necessario convincere, quindi prima che essere ossessionati dalle alleanze bisogna riprendere il cammino costituente del nuovo partito politico.
Sagge parole che spero vengano almeno prese in considerazione.
un caro saluto, Domenico SAVINO


Dal mare della Liguria Savino Pezzotta, esponente di pun ta dell’Udc, riflette su «un’I talia che sembra stia andando a ra mengo», impelagata come si ritrova in questa estate 2009 in «discussio­ni totalmente fuori dalla realtà». I sa lari differenziati? Ma «qui la priorità è ancora la difesa dalla crisi dei po sti di lavoro». L’Agenzia per il Sud? Sì, ma meglio pensare prima a «uno strumento indipendente di verifica di come si spende ogni euro inve stito». E Pezzotta ne ha anche per chi, nell’Udc, sembra guardare già ad alleanze stabili: «È inopportuno ora, non è finito il processo di formazione del nostro progetto politico».

Pezzotta, è diventato pessimista su come sta andando il Paese?
Io muovo da un dato di realismo: questo è un Paese che ha un bisogno basilare di rinnovarsi in profondità. È sbagliato pensare – e lo dico da set tentrionale – che il Nord sia l’isola del bene, da contrapporre a un Sud dove nulla funziona. Questo è un di battito stantìo. La priorità, invece, è produrre un processo di rinnova mento: della classe politica come dei comportamenti sociali. Basta con le operazioni di facciata, in cui cam biano i partiti, ma la classe dirigen te resta la stessa. E basta con la ‘po litica- spot ‘: dal ritiro delle truppe dall’Afghanistan all’uso del dialetto, dalle fiction sottotitolate sulla Rai ai vessilli regionali nella Costituzione, la Lega vuole dettare l’ordine del giorno. Mi chiedo quando comin ceremo a discutere dei problemi se ri.
La Lega ha parlato però anche dei salari differenziati. Non è un tema serio, questo?
Sappiamo tutti che, in fondo, sono inapplicabili. Il punto è che l’eco nomia non ha ancora trovato un as setto stabile. Sappiamo che la ripre sa, quando arriverà, per sua stessa natura determinerà anche costi so ciali alti. Se l’Inps segnala che ci so no 100mila lavoratori con la Cig in deroga, che ne sarà di loro una vol ta trascorsi i 6 mesi della cassa? Quante piccole imprese riapriran no a settembre? La difesa dei posti di lavoro è la priorità. Poi è chiaro che si pone anche una questione sa lariale e di potere d’acquisto. Dove va detto, però, che la differenza non la fanno tanto i territori di residen za. Piuttosto occorre spostare l’at tenzione dai redditi individuali a quelli familiari, è qui che passano oggi i fattori di diseguaglianza. Tut ti, dall’Istat alla Caritas, ci dicono che a far salire la povertà sono i bassi red diti nelle famiglie, peraltro diventa te ormai un vero ammortizzatore so ciale.
Insomma, la Lega sbaglia bersaglio?
Sì, come sull’immigrazione dove, dopo questo agosto di parole in li bertà, finalmente Bankitalia ci ha ri cordato che questo problema va considerato in modo diverso, non i deologico. Noi dell’Udc non parlia mo di salari differenziati, ma di quo ziente e di assegni familiari. E a chi obietta che il quoziente costa trop po, ricordo che chi è davvero rifor matore ha nel suo dna la gradualità. Anche il Welfare che abbiamo oggi non lo si è introdotto in un colpo so lo.
Da ex leader sindacale, come vede il dibattito avviato anche nella Cgil sui contratti decentrati?
Dico che era uno dei temi sottintesi già nel Patto per l’Italia del 2002. In un Paese che non ha un salario mi nimo garantito, il passaggio dal con tratto nazionale a un livello di con trattazione decentrata che sia effet tivo e riscuotibile, è l’unico modo per riuscire a operare una valorizza­zione in base alla produttività, alla qualità del lavoro e al merito. È an che lo sbocco per ridare un ruolo al sindacato e per spingere le imprese a innovare.
Il dibattito sul Sud si è incentrato pure sull’esigenza di un nuovo stru mento d’intervento del governo.Bisogna capire bene che cosa sarà. Va evitato che diventi un carrozzo ne alla Sviluppo Italia, per intender ci. Prima ancora di pensare a una re visione dei fondi per lo sviluppo del Sud, che peraltro sono una parte mi nima di tutte le risorse destinate al Meridione, dovremmo però avere il dovere di fare il punto su quanti sol di sono stati spesi fino a ora, su do ve sono finiti e perché.
Nel 2008 il governatore di Bankita lia Draghi ipotizzò «un sistema in dipendente di valutazioni dei ser vizi». Pensa a qualcosa del genere?
Sì. Per un senso di equità verso il Pae se – e anche per porre fine a certe di scussioni – , un’agenzia che rendi conti ogni euro investito sarebbe u tile. Anche per aiutarci ad avere una visione più articolata. Bisogna co minciare a parlare di Mezzogiorni al plurale, perché al Sud ci sono anche realtà interessanti che hanno già avuto un loro sviluppo. Aggiungo che se si fosse spesa per la criminalità organizzata al Sud la stessa atten zione posta sugli immigrati, sta remmo già un passo avanti. E poi manca ancora una strategia per una ricollocazione mediterranea del no stro Paese che valorizzi il Sud.
In questi giorni si fa un gran parlare anche delle alleanze future del l’Udc. Come finirà, secondo lei?
Registro innanzitutto che l’unico voto utile sembra diventato oggi quello dell’Udc e per l’Udc, dopo che fino alle europee eravamo ritenuti solo un intralcio al bipolarismo. E questo mi fa dire, a chi nel mio partito si sta dando da fare, che è inopportuno parlare ora di alleanze che nessuno ha il compito di decidere per tutti. Il primo compito resta quello di ricomporre per quanto possibile la diaspora cattolica e costruire una forza assieme a quelle realtà laiche che tengono conto del ruolo socia le della religione.
Eugenio Fatigante